cuoreLu dito

Oggi non è la giornata ideale per andare in piscina, il cielo è a tratti nuvoloso, la temperatura relativamente bassa e un leggero venticello raffredda l’aria, però… sono di buon umore. Quindi oggi, approfittando anche del fatto che non ci sarà quella ressa tipica del giorno di Ferragosto è la giornata perfetta per tentare l’approccio alla bella barista della piscina al Torreverde, la morettina dai grandi occhi che occupa i miei pensieri da un mesetto a questa parte.

Nell’entrare butto uno sguardo al bancone del bar solo per rassicurarmi che sia là e immaginare che anche lei sia contenta di vedermi. Solo un’occhiata e via perché l’attacco di un pezzo rock che esce dall’impianto della piscina mi distrae e saltellando sul ritmo della batteria mi accomodo nel prato a sinistra dove non ero mai stato.

Solo adesso mi accorgo che nessuno di quelli sdraiati vicino a me ha quei fili che gli escono dalle orecchie, gli auricolari sono ormai una costante, per strada, sull’autobus e in generale nei luoghi pubblici, la gente si tappa le orecchie e si isola. E’ difficile condividere qualcosa con qualcuno che non ascolta, sopratutto perchè chi indossa le cuffiette assume anche un’atteggiamento distante che abbinato a quello sguardo perso nel vuoto, ti fa desistere dal tentare ogni tipo di avvicinamento, come se avesse al collo il cartello “è vietato parlare al conducente “.

Per fortuna al Torreverde c’è un ragazzo attaccato al mixer incaricato di creare atmosfere condivise, accompagna con la sua musica il ritmo della vita in piscina, crea la colonna sonora della giornata e ti fa sentire come il protagonista di un film. Così, sulle note di Hasta la Raiz di Natalia Lafourcade, mi lancio al bar come un pirata appeso alla fune al momento dell’abbordaggio.

Lei sta riordinando i bicchieri appoggiandoli con cura sul tappetino di spugna, mancano tre passi al bancone e ho già in mente cosa dire e quale espressione fare. Tre… due… uno… “prego, desidera?” Non è lei che mi accoglie ma un’altro barista, spuntato da chissà dove, che si infrappone fra me e il mio desiderio.

Con uno stupido bicchiere di Coca Cola in mano, mi siedo ad un tavolino vicino alle casse dalle quali esce una malinconica bossa nova e la osservo da lontano mentre parla con i clienti. Con la musica a tutto volume attaccata alle orecchie, la guardo come fosse l’attrice di un film muto a cui hanno tolto le didascalie e cerco di immaginare, leggendo il labiale, quello che dice.

“…puoi anche dirmi che ti piaccio…” ma no, forse ho letto male, era “…vuoi anche un po’ di ghiaccio…”

“…a quest’ora, un caffè corretto?…” vorrei che avesse detto, invece sono sicuro che ha detto “…hai ragione, non ho il reggipetto…”

Il dubbio cominciava a corrodermi, così mi avvicino lentamente raggiungendo un punto dal quale poter sentire con le mie orecchie. Cercando di contenere quell’impeto di gelosia che mi stava assalendo, mi appoggio al bancone fingendo indifferenza fino a quando non l’ho sentita dire chiaro e forte “aspetta un attimo che te la do…”

Non ho pensato nemmeno per un attimo che si potesse trattare di una granita o di una brioche salata, cosa avrebbe potuto dargli lo sapevo già e in preda a un raptus da giocarsi come attenuante in un eventuale processo per delitto passionale, ho sbottato con il dito destro alzato “non mi interessa se hai il reggipetto o no, tu non la dai a nessuno se non a me!!!” Lei mi ha guardato stupita e mi ha detto “Ma sei matto?”

“Si, di te” ho risposto con lo sguardo smarrito di un cucciolo che ha rotto un vaso.

 

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