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Nel mio lavoro sono obbligato a vestire giacca, cravatta, camicia e pantaloni lunghi. Anche d’estate, in queste giornate calde e afose.

Con l’aria condizionata, tutto sommato, non si soffre troppo ma con tutto quel tessuto addosso alla lunga prevale un senso di soffocamento e anche una certa ‘invidia per il muratore che al lavoro si veste come vuole e, nonostante il rischio di un’abbronzatura ridicola, fa respirare la pelle, suda, ride e bestemmia, mangia, beve e vive come io vivo solo quando mi prendo un giorno di ferie.

E’ per questo che, appena posso, vado al mare o in piscina al Torreverde, adesso che l’ho scoperta, mi levo i vestiti e mi sdraio al sole. Nudo, mi lascio toccare dal niente e faccio godere nel paradosso più assoluto il senso del tatto di solito limitato, nella sua espressione quotidiana, alle punte delle dita, l’unica superficie esposta e recettiva.

Ma l’apoteosi, l’orgasmo tattile, lo raggiungo solo quando mi butto in acqua. Lo shock termico ritarda solo di un attimo il piacere di quella carezza liquida che avvolge tutta la superficie del corpo mentre gli altri quattro sensi, in un ambiente a loro ostile, si assopiscono. Il cervello riceve da ogni punto della pelle vellutati stimoli e dolci vibrazioni che elabora restituendo la sensazione di un piacere capace, nell’avanzare del nuoto, di amplificarsi e ridurre man mano tutte le altre attività celebrali, fino ad occupare anche il posto dei pensieri.

All’uscita dall’acqua i quattro sensi umiliati, come se si volessero vendicare, reclamano attenzione. Le urla dei bagnanti ritornano a farsi sentire, anche troppo, il sole accecante fa stringere gli occhi come fossero quelli dei cinesi, il naso cerca odori ma trova solo puzze e il gusto pretende, con la scusa della sete, qualcosa da assaporare.

Sopraffatto da questa potente rivalsa sensoriale mi rifugio nell’ombra del bar e chiedo un cocktail alla barista del bancone. Mentre lei lo prepara si gira per prendere un limone e riconosco le gambe da bambina della ragazza che sempre qui al Torreverde mi aveva colpito la settimana scorsa.

Preparo il mio sguardo dolce e confidenziale, quello che uso, con successi alterni in queste occasioni e quando mi porge il bicchiere lo lancio dritto e sicuro verso i suoi occhi. Lei, nel porgermi il bicchiere tenuto con le due mani, forse a causa dello sguardo, tentenna e con una mano sfiora leggermente la mia.

Quel leggero contatto fa partire una scarica elettrica che arriva dritta e potente al cervello, una sensazione tanto forte da sorprendermi e imbarazzarmi, abbasso gli occhi e mi giro all’istante balbettando un grazie e aggiungendo un altrettanto che in quel momento non c’entrava un bel niente.

Mi riprendo solo all’uscita dalla piscina imprigionato tra il dubbio che quello sfioramento sia stato del tutto casuale e la speranza che invece sia stato tanto voluto quanto malizioso.

 

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